La non indicazione di alimenti congelati sul menù

Qualche tempo fa una collega, nell’ambito dell’espletamento di una consulenza per un ristorante, mi ha chiesto quali fossero gli obblighi e i rischi in caso di detenzione presso la struttura di alimenti congelati/surgelati anche se non indicati/presenti nel menù.
Di seguito cercherò di dare una breve, ma esaustiva risposta cercando di mettere a fuoco alcuni aspetti spesso poco conosciuti.

RISPOSTA

Senza entrare nel merito della specifica normativa che impone l’esplicita dichiarazione nel menù degli alimenti/materie prime/ingredienti congelati o surgelati vorrei cogliere l’occasione per affrontare la specifica questione dal punto di vista della giurisprudenza, aspetto spesso sottovalutato o addirittura ignorato nell'ambito delle consulenze.
La Cassazione Penale, con sentenza n. 44643,  si è espressa sulla problematica sopra enunciata confermando il concetto che “… la detenzione di alimenti congelati/surgelati nelle celle freezer o congelatori di un ristorante integra un tentativo di frode in commercio quando sul menù non è indicato lo stato fisico (congelato o surgelato) di quegli alimenti.
Questo tipo di reato, un po’ per ignoranza e un po’ per volontà degli OSA, è molto diffuso nella ristorazione e l’orientamento della giurisprudenza italiana è ormai pressoché stabile da anni nel considerarlo come un “tentativo di frode in commercio ” (art. 515 del Codice Penale).
Spesso gli avvocati nel difendere i loro clienti si appellano al fatto che non di rado può nascere una contrattazione tra il ristoratore ed il cliente in merito all’offerta di alimenti costituiti da materie prime fresche (spesso refrigerate) o a lunga conservazione (congelate o surgelate) oppure alla considerazione che l’indicazione nel menù della freschezza di alcuni ingredienti/alimenti non per forza rappresenta una proposta agli avventori di tipo irreversibile. Altre volte la difesa si appella alla valutazione del fatto che può capitare che gli alimenti/ingredienti freschi indicati nel menù potrebbero non essere in quel momento disponibili (perché terminati, in quanto stagionali, ecc.) e quindi, sempre informando il cliente, si potrebbero usare i loro sostituti congelati/surgelati. Alcune volte è capitato anche che ci si appellasse al fatto che l’ispezione degli organi di controllo sia stata effettuata in orari e giorni di non apertura al pubblico.
Insomma le argomentazioni per cercare di tutelare gli OSA che hanno commesso questo tipo di reato non sono mai mancate, ma nonostante la creatività della difesa e le acute osservazioni degli OSA, la Cassazione ed anche la Corte di Appello hanno comunemente affermato il concetto del “tentativo di frode in commercio” (art. 515 del Codice Penale).
Dall’analisi appena fatta emerge che la detenzione nei ristoranti di ingredienti/alimenti congelati e/o surgelati se non indicati nel menù “integra un tentativo di frode in commercio” quindi questo orientamento rappresenta l’indirizzo prevalente.
In poche parole da questa frequente tipologia di illiceità emerge che nella sicurezza alimentare bisogna sempre (anche nella più ordinaria consulenza) conoscere molto bene non solo la normativa ma anche la giurisprudenza di settore ed ovviamente saperle entrambe ben interpretare. Solo in questo modo si potrà dare un servizio efficace ed efficiente ai propri committenti senza rischiare di andare incontro al risarcimento dei danni che sempre più spesso le committenze richiedono ai propri consulenti.
Insomma cari colleghi se si vuole operare correttamente (quindi senza correre rischi), se si desidera crescere professionalmente ed acquisire consulenze sempre più importanti non trascurate mai la normativa e la giurisprudenza di settore in quanto nella sicurezza alimentare rappresentano lo “scheletro” di ogni lavoro.

Codice Penale
Art. 515.

Frode nell'esercizio del commercio.

Chiunque, nell'esercizio di un'attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all'acquirente una cosa mobile per un'altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2.065,00.
Se si tratta di oggetti preziosi, la pena è della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a euro 103.


© Produzione riservata

Prof. Luciano O. Atzori

I commenti sono chiusi