Collezioni di organismi viventi custodi della biodiversità

COLLEZIONI DI ORGANISMI VIVENTI CUSTODI DELLA BIODIVERSITÀ

Non ci pensiamo, ma quando andiamo a fare la spesa al supermercato stiamo indirettamente e inconsapevolmente incidendo negativamente sulla biodiversità del pianeta. Ecco, ci mancava solo questa responsabilità! Magari proprio quando avevamo solo la poco ambiziosa pretesa di fare qualche acquisto per cena al termine di una giornata passata a fare acrobazie tra gli impegni che affollano l’agenda…

La minaccia della biodiversità

Le preoccupazioni legate all’ambiente e alla biosfera stanno assumendo un ruolo di sempre maggior rilievo anche nella vita politica ed economica internazionale dei Paesi industrializzati. Ci troviamo a fronteggiare molteplici problemi interconnessi e interdipendenti. Tra questi, la preoccupante riduzione su scala globale della biodiversità, intesa come la varietà di organismi esistenti in un dato tempo e luogo, nonché le loro interazioni. La comunità scientifica stima che attualmente ogni giorno scompaiano circa 50 specie viventi e che nei prossimi cento anni verrà irrimediabilmente persa una significativa percentuale delle specie esistenti (1).

L’agrobiodiversità rappresenta un capitolo speciale e comprende tutte le componenti della diversità biologica di rilevanza per l’agricoltura e la produzione di cibo. Da miliardi di anni l’evoluzione agisce sotto la spinta della selezione naturale sulle caratteristiche genetiche e morfologiche delle varie specie, permettendo così alle forme di vita di adattarsi al cambiamento delle condizioni ambientali ed esprimendo la tendenza degli organismi a creare novità, con ordine e complessità crescenti. Ma a partire dal XIX secolo l’uomo si è imposto come attore rilevante nella manipolazione delle forme di vita e nell'evoluzione della biosfera. Nell’era moderna gli alti livelli di produttività nei Paesi industrializzati hanno favorito le monocolture, le mono-successioni colturali e le coltivazioni in serra impoverendo così l’agrobiodiversità e il valore nutrizionale del cibo che mangiamo. Una “catastrofe gentile” che, oltre alle monocolture agricole, ci sta rendendo assuefatti alla… “mono-cultura” globalizzata e alla “mono-tradizione”. Il sovra sfruttamento e l’uso non sostenibile delle risorse naturali hanno lasciato i sistemi agricoli impoveriti, vulnerabili e dipendenti da continui interventi esterni per la propria sopravvivenza.

La FAO (Food and Agricolture Organization of the United Nations) sostiene che la perdita di biodiversità nella produzione di cibo limita il potenziale di adattamento degli ecosistemi ai cambiamenti che stiamo affrontando e che  caratterizzeranno i prossimi decenni, come l’aumento della popolazione mondiale, la ridotta disponibilità di risorse, di terreni coltivabili e di acqua e i cambiamenti climatici (2). Pessime notizie per tutti visto che gli esperti dicono che la disponibilità e l’accessibilità all’approvvigionamento di cibo (“food security”) sono intrinsecamente legati al mantenimento della biodiversità.

La diversità genetica delle colture, degli animali da reddito e dei loro progenitori “selvatici” potrebbe andare perduta in modo irreversibile in assenza di uno sforzo comune di tutela per la conservazione e l’utilizzo consapevole. L’Italia è il Paese europeo più ricco in biodiversità per la varietà nelle tipologie di habitat, nelle conformazioni geomorfologiche, nelle caratteristiche climatiche e per la straordinaria ricchezza di culture e tradizioni locali. Tuttavia gran parte di questa diversità oggi è in grave pericolo.

Una delle sfide più importanti dei nostri tempi è come fare a conservare e gestire in modo efficace la diversità genetica in campo agricolo e nella produzione di cibo, come proteggere questo capitale naturale che sostiene la prosperità economica e il benessere umano. Sostenibilità ambientale degli agro-ecosistemi e disponibilità di cibo adeguata a sfamare un mondo sempre più affollato sono due obiettivi fondamentali e interdipendenti delle politiche agricole nel breve termine.

Il futuro dell’agricoltura

Gli impressionanti progressi della ricerca scientifica e della tecnologia ci mettono a disposizione strumenti inimmaginabili fino a 50 anni fa per attuare una vera rivoluzione nell'agricoltura tradizionale. L’obiettivo ambizioso è quello di ottenere il massimo di efficacia nel rispetto della sostenibilità, riducendo i costi e aumentando la qualità dei prodotti. Sono in fase di sviluppo (e in alcuni casi già utilizzati in campo) sensori, droni e apparecchi tecnologici robotizzati per monitorare la maturazione dei vegetali, lo stato di salute di animali da reddito, la qualità dei terreni agricoli. Questi sistemi mirano ad ottenere il massimo beneficio dai raccolti in termini di valutazione del giusto grado di maturazione e delle caratteristiche nutrizionali, a ridurre l’uso di farmaci, antibiotici, pesticidi e a mappare i suoli per meglio pianificare la distribuzione delle coltivazioni (3).

Il miglioramento genetico delle varietà vegetali consiste nella selezione e valorizzazione di caratteri ereditari che rispondano alle esigenze dei produttori e dell’industria. Ne sono un esempio la resistenza a stress idrici e termici, l’efficienza nell’assorbimento e utilizzo dell’acqua e dei nutrienti dal terreno. La manipolazione del DNA e le recenti tecnologie di genome-editing (ad esempio il famoso sistema CRISPR/Cas9), da molti vissuti come minacce e oggetto di tormentati dibattiti per le rilevanti implicazioni etiche, stanno di fatto aprendo nuovi scenari applicativi nei processi di miglioramento genetico delle colture vegetali e risultano più rapidi ed efficaci delle tecniche tradizionali di incrocio e selezione di mutazioni spontanee (4).

La rivoluzione dell’agricoltura è attualmente un argomento caldo. L’ISO (International Standardization Organization), l’Ente internazionale che si occupa di definire gli standard di riferimento, sta organizzando gruppi di lavoro e commissioni tecniche per delineare norme specifiche in materia. Nel recente mese di giugno è stata anche organizzata una Tweetchat sul tema della “smart farming” e uno dei punti chiave è quello di definire come gli standard internazionali possono supportare l’agricoltura del futuro.

In questo contesto meriterebbe una trattazione a parte l’aspetto paradossale della regolare inefficacia delle politiche alimentari nel risolvere l’ancora attuale problema della distribuzione disomogenea della disponibilità di cibo. L’inaccettabile malnutrizione che vede da una parte i Paesi industrializzati ipernutriti e alle prese con problemi di obesità, diabete e patologie cardiovascolari, e dall’altra le zone più povere del mondo in cui ancora si soffre la fame. Ciononostante, di fatto in poco tempo abbiamo accumulato in modo esponenziale conoscenze tecnologiche al servizio della possibilità di ottenere il massimo rendimento dalla produzione primaria, per sfamare potenzialmente l’intera popolazione mondiale.

Tuttavia, il repentino cambiamento ha un prezzo: il costo dell’opportunità è la rinuncia irreversibile alla versione originale della ricetta, la traccia selezionata dalla natura in miliardi di anni da cui ripartire nel caso le condizioni si rivelassero sfavorevoli per le copie modificate. Ma se è vero che l’uomo crea problemi nuovi è altrettanto vero che si fa interprete delle potenziali soluzioni per superare gli ostacoli: in quest’ottica sono nate diverse iniziative atte a contrastare questa perdita irreversibile.

Recuperare e conservare il patrimonio esistente – banche e collezioni

La “collezione globale di organismi viventi” dell’umanità è organizzata in una rete complessa di circa 1750 centri di raccolta e conservazione di semi, piante e parti di esse sparsi in tutto il mondo. Si tratta di banche di semi (denominate anche banche del germoplasma), orti botanici e coltivazioni in situ supportate in gran parte da centri di ricerca e università, a cui si aggiungono iniziative locali su piccola scala.

Sulla lontana isola di Spitsbergen, nell’arcipelago delle Svalbard tra la Norvegia e il Polo Nord, nelle profondità delle viscere di una montagna di ghiaccio si nasconde una vera fortezza. Oltre le porte di acciaio si snodano freddi corridoi che ospitano una banca del tutto eccezionale: la più grande collezione mondiale di agrobiodiversità che ospita più di 930000 varietà diverse e narra più di 10000 anni di storia dell’agricoltura.

E’ la Svalbard Global Seed Vault, uno speciale caveau in cui al posto di gioielli, denaro e opere d’arte è depositata una vasta collezione di semi a cui l’umanità può accedere in caso di eventi apocalittici o di catastrofi, forse la chiave per poter rispondere in futuro alla richiesta di “food security”. Qui, alla temperatura di circa -18°C, i semi possono sopravvivere quiescenti per migliaia di anni. La banca è stata inaugurata ufficialmente nel 2008 e il progetto, promosso e finanziato dal governo norvegese, è sostenuto dalla FAO.

Ogni sito “periferico” invia duplicati della propria collezione al centro delle isole Svalbard, che rappresenta una specie di copia di “back up” in caso di guasto. Una risorsa fantastica di varietà di sementi, molte delle quali sono antiche e non sono più utilizzate al momento. Strutturata per resistere ad un’eventuale guerra nucleare o ad eventi catastrofici, è stata tuttavia violata a fine maggio di quest’anno da un’intrusione di acqua originata dalla fusione del permafrost causata da un periodo di caldo anomalo, che si è successivamente congelata. Le autorità norvegesi assicurano però che la sicurezza dei semi non è stata compromessa.

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L’accesso è rigidamente disciplinato e fino a questo momento è stato effettuato una sola volta, in occasione della necessità di riallestimento della banca siriana minacciata dalla guerra civile.

ICARDA (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas) è un’organizzazione finalizzata alla ricerca in agricoltura. La sede originaria si trovava in Siria, in prossimità di Aleppo, ma recentemente è stata costretta ad abbandonare le collezioni di semi e a trasferire il proprio quartier generale in Libano e Marocco a causa della guerra. La collezione ospitava diverse varietà di frumento, orzo ed erbe ritenute particolarmente interessanti perchè adattate alle regioni aride, dotate di caratteristiche che potrebbero rivelarsi molto utili in risposta alle minacce dei cambiamenti climatici come la resistenza alla siccità, al caldo, ai parassiti, alla salinità.

Fortunatamente quasi tutte le sementi della banca erano state duplicate e depositate anche presso le isole Svalbard. Ed è stato proprio grazie a questi semi-copia che nel 2015 è stato possibile cominciare a ricostruire i nuovi depositi. La semina ha permesso di ripristinare la produzione e la collezione. Le nuove sementi potranno a breve ripagare il debito con la banca delle isole Svalbard, supportare agricoltori e ricercatori e contribuire ai progetti di miglioramento genetico delle varietà.

Sono invece andate distrutte senza possibilità di riparo le banche site in Afghanistan e Iraq (a causa della guerra) e quella delle Filippine (a seguito di disastri naturali).

L’Istituto Vavilov di San Pietroburgo, nato ufficialmente nel 1925 e fondato dall’agronomo Nicolai Ivanovič Vavilov, rappresenta la più antica banca di semi esistente.

Vavilov è considerato il precursore degli studi sulla biodiversità. Durante i suoi viaggi aveva raccolto, ordinato e catalogato numerosi campioni di piante coltivate e dei loro progenitori selvatici. Aveva osservato come varietà vegetali coltivate in zone differenti avessero caratteristiche diverse e si adattassero ad ambienti spesso ostili (freddo, siccità, malattie). Sfruttandone le caratteristiche era riuscito a costituire nuove varietà di frumento che diedero alla Russia un importante contributo per l’aumento delle produzioni cerealicole alla fine del regime zarista.

In Italia l’orto botanico di Padova, a pochi passi dal centro cittadino, costituisce il più antico orto universitario del mondo e ospita circa 7000 specie botaniche, tra le quali si distinguono piante in via di estinzione o di interesse per le risorse umane essenziali (cibo, medicamenti, indumenti, materie prime).

Investire nelle varietà locali

Accanto alle iniziative “globali” esistono anche organizzazioni che lavorano su scala “locale” nello sforzo di difendere la diversità biologica e di valorizzare i prodotti della tradizione indigena. Gli “alimenti ritrovati” rappresentano anche l’espressione della ribellione di molti di noi all’isterica rincorsa della massima produttività, del cibo attraente e svuotato dei principi nutritivi e del miglioramento genetico orientato e monopolizzato dagli interessi dell’industria, mentre per altri può essere la moda del momento nell’ambito della dilagante cultura del “buono e sano”.

Slow Food International è un’organizzazione internazionale no-profit che ha il proprio quartier generale in Piemonte, a Bra. La mission è la valorizzazione della sapienza contadina locale, il recupero e la salvaguardia di piccole produzioni indigene in diverse parti del mondo minacciate dall'agricoltura industriale e dal degrado ambientale, il recupero e la valorizzazione di tecniche di lavorazione antiche e la salvaguardia di razze e varietà tipiche del territorio a rischio di estinzione.

L’organizzazione favorisce il recupero di prodotti “dimenticati” e sostiene i piccoli produttori locali, spesso in difficoltà nell'impossibilità di competere con le produzioni industriali, fornendo anche assistenza tecnica.

I progetti degli oltre 500 Presidi Slow Food coinvolgono più di 13000 produttori in 60 Paesi, incluse comunità con problemi di disponibilità di cibo.

Il marchio “Presidio Slow Food”, registrato e corredato di un logo grafico e di un regolamento che i produttori sono tenuti a sottoscrivere e rispettare a garanzia di qualità e trasparenza, svolge così un ruolo sociale e culturale promuovendo anche il consumo responsabile.

Negli ultimi anni si assiste all'emergenza di un fenomeno di nicchia, ma di portata crescente: la riscoperta dei grani antichi.

Con questa definizione ci si riferisce a cereali e pseudocereali utilizzati nel passato come fonte di nutrimento, che con il tempo sono stati “dimenticati” perché rispetto alle varietà “moderne” hanno rese più basse e non reggono la competizione con le coltivazioni intensive e meccanizzate.

Ne sono esempi la quinoa (pseudo-cereale originario delle regioni andine con un alto contenuto proteico, ricco in aminoacidi essenziali, calcio, fosforo e ferro), la chia (utilizzata dagli antichi Atzechi e ricca in acidi grassi omega-3), il grano Einkorn (denominato “piccolo farro” e più comunemente conosciuto come "monococco", ritenuto il primo cereale "addomesticato" dall'uomo), l’amaranto (consumato in Messico dagli Atzechi), il sorgo, il miglio e il teff (consumato in Eritrea ed Etiopia).

Si parla di grani antichi e la denominazione evoca nell’immaginario collettivo poco probabili ere preistoriche. In verità si tratta sempre, almeno per il frumento, di prodotti ottenuti per selezione, ma risalenti a prima del miglioramento genetico risultato dagli incroci programmati. Un tempo infatti gli agricoltori sceglievano le piante migliori da riseminare nella stagione successiva e attuavano questo procedimento per diverse generazioni, fino ad arrivare alle caratteristiche desiderate. Solo successivamente si sono sviluppate strategie mirate di incrocio al fine di ottenere le caratteristiche idonee all’utilizzo. Tumminia, Maiorca, Russello, Gentil Rosso, Rieti, Monococco Saragolla, Verna, Strazzavisazz, Biancolilla, Perciasacchi, Bidì e Senatore Cappelli sono solo alcune delle varietà di frumento che stanno riconquistando l’interesse di consumatori e quindi degli imprenditori. Particolarmente interessata dal fenomeno è la Sicilia, la cui posizione geografica nel Mediterraneo ha favorito storicamente l’introduzione di varietà non accessibili ai contadini delle aree più continentali dell’Italia.

Il Senatore Cappelli è una varietà di grano duro aristato (cioè provvisto delle ariste, i filamenti tipici delle graminacee), creata per selezione nel 1915 da uno dei più grandi genetisti in campo agrario, Nazareno Strampelli.

Le ricerche di Strampelli avevano come obiettivo quello di aumentare le rese dei raccolti ed erano sostenute da Mussolini e dal regime fascista con lo scopo di vincere la “Battaglia del grano” e rendere l’Italia indipendente dalle importazioni dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.

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Siamo agli inizi del ’900. Il Marchese Raffaele Cappelli, proprietario di una grossa tenuta in Puglia, nella zona di Foggia, mise a disposizione alcuni suoi terreni per le sperimentazioni e Strampelli fu ben felice di cogliere tale opportunità. Selezionando nuove varietà di grano nordafricano mediante incrocio mirato in laboratorio creò una nuova varietà di grano duro rustico che predilige terreni poveri e argillosi. Definito “razza eletta” negli anni ’30 -’40 si diffuse rapidamente in tutta Italia, in modo particolare nelle regioni del sud. Oggi viene coltivato ormai solo in poche regioni d’Italia come varietà pregiata, soppiantato da altre cultivar più produttive.

E' ideale per preparare la pasta fatta in casa, ma anche pane e altri prodotti da forno. Gli sfarinati che si ottengono sono tutta un’altra storia e fanno impazzire anche famosi panificatori che animano programmi televisivi e blog culinari.

Una farina così viene ulteriormente valorizzata se impastata con lievito madre e lasciata lievitare a lungo….

Sono molti i giovani imprenditori che hanno scelto di raccogliere con entusiasmo e passione il lavoro dei padri e riattivare vecchi mulini a pietra per produrre farine integrali e semintegrali più ricche di principi nutritivi. Vere pmi del biologico (piccole medie imprese), che talvolta accanto al mulino attivano anche piccole aziende di agriturismo. Idee innovative per far rinascere la propria terra e valorizzare i prodotti locali. Un rilancio della tradizione della molitura del grano a pietra naturale puntando sulla qualità. Una boccata di ossigeno per la conservazione di varietà che rischierebbero di essere irrimediabilmente perse e un’opportunità per quelli che ricercano cibi più pregiati da un punto di vista nutrizionale e ricchi anche dal punto di vista organolettico.

Non per tutti i portafogli, però, perché la qualità inevitabilmente ha costi più alti.

Svariati progetti locali vengono sviluppati anche dagli istituti scolastici, supportati da finanziamenti regionali. Spesso collegati ad aziende agrarie che lavorano sul recupero, la caratterizzazione e la conservazione seguendo precisi protocolli, isolano e custodiscono ramificazioni dell’evoluzione per conservare in purezza varietà come un serbatoio di geni, eliminando i caratteri non standard. Piccole economie e tante rivoluzioni individuali che coltivano e conservano le varietà “in situ”, restituendo il gusto inconfondibile di un territorio.  Per gli interessati ad approfondimenti consiglio la lettura di una serie di quaderni pubblicati dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che raccoglie esperienze regionali in tema di biodiversità in frutticoltura. Di recente pubblicazione la frutticoltura e viticoltura nelle regioni Lazio e Abruzzo, trattazione arricchita da riferimenti normativi in tutela della biodiversità e utili schede tecniche corredate da immagini (5).

Scontro apparente tra le nuove tecnologie produttive e il ritorno ad alimenti antichi.

Favorire il progresso o ritornare alle origini?

A prescindere dalla filosofia di ognuno di noi, l’evoluzione tecnologica è un’esigenza imprescindibile per nutrire un pianeta sovrappopolato e globalmente interconnesso. Scienza e tecnologia forniscono gli strumenti: l’esito dipende dall’uso che ne facciamo e le scelte politiche hanno il dovere di promuovere un utilizzo efficace, tutelando nel contempo la conservazione delle risorse naturali. La biologia però ci insegna che l’evoluzione ha da sempre premiato la diversificazione. Più i sistemi sono ricchi in varietà più sono capaci di rispondere ad eventuali cambiamenti dell’ambiente. Aumenta cioè la loro resilienza, la capacità di assorbire e adattarsi a ciò che ad oggi non è prevedibile. In “L’orologiaio cieco”, Richard Dawkins, etologo e divulgatore scientifico autore del celebre libro “Il gene egoista”, narra di un programma per computer che simula in forma semplificata l’evoluzione di una struttura di partenza virtuale, guidata in modo attivo dall’uomo come agente selettivo (6).

Essa evolve mediante ramificazioni ricorsive che possono cambiare di generazione in generazione per angolo, lunghezza, profondità…

Nel gioco, l‘occhio umano è il selezionatore che sceglie da quale figlio di una generazione debba essere procreata la generazione successiva. E’ un modello di selezione artificiale in cui il criterio di successo per l’individuo non è quello della migliore capacità di sopravvivenza come nella selezione naturale e in cui, come scrive Dawkins, il selezionatore umano è spesso capriccioso e opportunistico. Ed è sbalorditivo come bastano poche generazioni per cambiare totalmente le caratteristiche della progenie rispetto ai progenitori!

Questo passaggio mi ha evocato un’analogia con le selezioni delle colture agricole, caratterizzate anche da un inedito acceleratore di instabilità: la rapidità dei cambiamenti. La velocità impone di adeguarsi in fretta senza lasciare il tempo alla presa di consapevolezza e alla raccolta di informazioni adeguate in merito alle nuove situazioni da parte della comunità scientifica.

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L’industria alimentare sta giocando un ruolo importante nell’influenzare le nostre scelte, con l’ampia offerta di alimenti irresistibili e facili da preparare. Il marketing aggressivo e la globalizzazione tendono a standardizzare le nostre diete e a farci dimenticare i sapori originali, essenziali.

Il passaggio da un’alimentazione tradizionale a base di cibi semplici, ma ricchi da un punto di vista nutrizionale a prodotti preconfezionati e raffinati incoraggia le produzioni intensive impoverendo l’identità dei territori e la biodiversità, vero indice di salute della Terra. Come consumatori ci caratterizza la sensazione diffusa che l’acquisto passivo prevalga sulla scelta consapevole. Tra le molteplici libertà che offrono, industrializzazione e benessere economico portano con sé anche questo prezzo da pagare.

Ma addormentarsi al volante è pericoloso e ci può far cadere in trappola: almeno conserviamo la buona abitudine di depositare in banca il materiale genetico originale, un po’ come facciamo con i risparmi per attingervi in caso di necessità.

Dal mio punto di vista rimane comunque importante non smettere mai di farsi domande.

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Questa sera per cena ho preparato un’insalata di amaranto con fagioli, cetrioli, cipolle rosse, pomodori secchi e noci, condita con qualche cucchiaio di olio EVO e limone. Tutto rigorosamente biologico.

Le bambine sono diffidenti e, interpreto, rimpiangono la piadineria sotto casa, ma dopo i primi timidi assaggi cominciano a gradire. Racconto loro del problema della biodiversità e la storia dell’amaranto, un antico pseudo-cereale originario dell'America Centrale e Meridionale, già utilizzato dagli Inca e dagli Aztechi, i cui chicchi sono racchiusi all'interno di fiori di colore rosso, tonalità da cui prende il nome, ricco in proteine, vitamine e sali minerali.

Le incuriosisco un po’ e mi guadagno la loro approvazione. E’ fatta! E ora tutti a letto, è stata una serata impegnativa.


© Produzione riservata

Dr.ssa Simona Baldassa
Biologa Molecolare e Microbiologa

Collaboratrice dello Studio ABR  -  www.alimentiesicurezza.it

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