Si scrive “grano”, ma si legge “terrore”…

SI SCRIVE “GRANO”, MA SI LEGGE “TERRORE”…

Dr. Luciano O. Atzori

In Italia la primavera e l’estate 2017 sono state delle pessime stagioni per il cereale più coltivato al mondo, cioè il grano, a causa di una pressante e sterile campagna allarmistica che ha messo in luce il fatto che il nostro Paese importa ogni anno elevate quantità di grano dall'estero (soprattutto dal Canada) e che questa materia prima potrebbe essere poco sicura per la salute umana. Queste ipotesi hanno creato forte paura e diffidenza in un gran numero di consumatori che spesso hanno posto quesiti in merito a tale problematica agli autori/consulenti del portale www.alimentiesicurezza.it (Studio ABR) i quali hanno cercato di fare chiarezza con questo articolo che, per ovvi motivi editoriali, non può essere del tutto esaustivo, ma sicuramente di aiuto nella comprensione dell’accesa problematica.

Cos'è il grano?

Il grano (conosciuto anche come “frumento”) è una pianta erbacea appartenente al genere Triticum che negli anni ha subito da parte dell’uomo un’intensa “domesticazione” al fine di migliorarne alcune caratteristiche (rapida germinazione, aumento delle dimensioni delle cariossidi, aumento dell’altezza e della produttività, maggiore resistenza ad alcuni parassiti e al freddo, miglioramento della risposta ai fertilizzanti, incremento della precocità, ecc.).

Fondamentalmente esistono due tipi di grano:

A) il grano tenero dal quale si può ricavare la farina integrale (se costituita da tutte le componenti delle cariossidi), la farina tipo 2 (detta anche semi integrale perché contiene gran parte degli involucri esterni delle cariossidi e del germe), la farina tipo 1 (caratterizzata da ridotte percentuali del germe e dei rivestimenti esterni), la farina tipo 0 e la farina tipo 00 (dette anche “farina bianca”, sono entrambe molto raffinate quindi prive quasi totalmente degli involucri esterni e del germe delle cariossidi). I derivati del grano tenero si utilizzano soprattutto per la produzione dei cosiddetti “prodotti da forno” e cioè il pane, i grissini, le fette biscottate, i cracker, la pizza, i biscotti, ecc. I più grandi produttori al mondo di grano tenero sono la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, l’Australia, il Kazakistan, l’Ucraina, la Francia, la Germania, ecc. La produzione di grano tenero italiana non riesce a coprire il fabbisogno inteso come uso nazionale e per le esportazioni di prodotti finiti. Le varietà di grano tenero più coltivate in Italia sono: Bologna, Aubusson, Blasco, Isengrain, Bolero, Mieti, PR22R58, Serio, Guadalupe, Profeta, Pandas, ecc.

B) il grano duro (Triticum turgidum) dal quale si può ricavare la semola integrale (costituita da tutte le componenti delle cariossidi), la semola (costituita quasi esclusivamente dalla componente più interna delle cariossidi: l’endosperma) e il semolato (ottenuto per macinazione delle cariossidi e abburattamento cioè l’eliminazione della crusca attraverso l’uso del buratto). I derivati del grano duro sono usati principalmente per la produzione di pasta secca (spaghetti, bavette, fusilli, penne e pennette, ecc.).I più grossi produttori al mondo di grano duro sono il Canada, la Russia, l’Europa, ecc.Anche per il grano duro l’Italia non riesce a coprire il fabbisogno (considerato come consumi locali più le esportazioni di prodotti finiti) nonostante la coltivazione di questo cereale sia maggiore rispetto al grano tenero. Le varietà di grano duro più coltivate in Italia sono: Simeto, Dullio, Idire, Ciccio, Levante, Claudio, Saragolla, Creso, Latinur, Rusticano, Anco Marzio, ecc.

Le spighe di grano rappresentano le infiorescenze e le Cariossidi, contenute in esse, sono i frutti (frutti secchi detti anche chicchi o granella) i quali sono costituiti principalmente dalle seguenti parti:

  • la Crusca che rappresenta i vari involucri esterni (cioè i tegumenti). Questa componente è ricca di fibra, di vitamine del gruppo B, di utili sali minerali (ferro, rame, zinco, magnesio, ecc.) e di antiossidanti (fitosteroli, flavonoidi, ecc.). La fibra contenuta nella crusca è molto utile per il mantenimento del giusto equilibrio del microbiota intestinale e perché, aumentando il volume e la morbidezza delle feci, accelera la motilità intestinale (cioè i movimenti peristaltici) riducendo il rischio di tumori intestinali (del colon e del retto);
  • il Germe che rappresenta l’embrione cioè quella parte che, se la cariosside viene seminata, darà origine ad una nuova pianta di grano. Il germe è ricco di vitamine del gruppo B, di vitamina E (forte antiossidante), di enzimi, di grassi insaturi (cioè quelli “buoni”) e vi sono anche proteine solubili.
  • l’Endosperma che costituisce la parte più interna delle cariossidi. Questa porzione rappresenta la riserva di energia del chicco poiché costituita soprattutto da carboidrati complessi (amido) e da proteine (10,5-13%). La normale pasta secca (cioè quella costituita da sola semola) è prodotta utilizzando esclusivamente l’endosperma amilaceo quindi si vengono a perdere tutti i benefici che si avrebbero se la pasta contenesse anche il germe e la crusca.

Farina e semola raffinate oppure integrali?

Da quanto sopra scritto appare evidente che risulta più salutare, salvo specifiche controindicazioni, consumare prodotti da forno e pasta costituiti da grano integrale e non da alcune sue parti altamente raffinate. Tale composizione la si può riscontrare leggendo attentamente le etichette. Qualora tra gli ingredienti si dovesse leggere “farina 0 e/o 00” (cioè farine raffinate) e “crusca” vuol dire che siamo davanti ad un finto prodotto integrale spesso accompagnato da scritte allusive come “ricco di fibre”, ecc. Questa situazione accade soprattutto nei prodotti da forno. Ovviamente il colore scuro di questi alimenti non garantisce che siano veramente integrali.

I veri prodotti integrali sono costituiti solo da farina integrale quindi non ci deve essere alcuna componente raffinata.

I cereali integrali crudi possono contenere delle sostanze dette Fitati le quali riducono l’assorbimento di alcuni minerali (soprattutto del calcio e dello zinco) quindi è bene non esagerare nel consumo dei cereali integrali crudi. Se invece i cereali integrali si consumano cotti, grazie alle tecniche di produzione (che richiedono alte temperature) e agli enzimi presenti nel lievito adoperato per i prodotti da forno, gran parte dei fitati vengono abbattuti.

Insomma i cibi integrali (cereali inclusi), nell’ambito di uno stile di vita sano e di una dieta varia e bilanciata apportano molteplici benefici alla salute: protezione dell’apparato cardio-circolatorio, azione antiossidante, minor impatto sul carico glicemico (in quanto a parità di peso, rispetto ai prodotti raffinati, contengono una ridotta quantità di carboidrati), incrementano il senso di sazietà, riducono il rischio di tumori e riducono, anche se di poco, l’assorbimento del colesterolo e di alcuni grassi, ecc.

Per dovere di informazione va detto che in alcune persone sta maturando il concetto che “mangiare non integrale” possa fare male alla salute. In realtà non è proprio così, infatti, questo errato sospetto, che nasce dalla pressante informazione sui prodotti integrali, non ha nessun fondamento se si attua uno stile di vita sano e un’alimentazione varia ed equilibrata. Come non è altrettanto vero che mangiare integrale se si conduce uno stile di vita errato con una alimentazione a base di alimenti ricchi di zuccheri, di sale, di grassi saturi, ecc. (come quella ricca di “cibo spazzatura”) di certo non apporterà “miracoli” salutistici…

Va anche precisato che il termine “farine raffinate” (es. quelle “0” e “00”) non va inteso come alimenti con sostanze chimiche pericolose bensì come farine private di alcune loro componenti.

Molti consumatori, a seguito di imprecise informazioni che vengono date da taluni, pensano che consumare cereali integrali (es. pane e pasta integrali) aumenti il rischio di ingerire residui di prodotti fitosanitari (pesticidi, erbicidi, ecc.) in quanto queste sostanze chimiche  vengono trattenuti dalle parti esterne dei chicchi (cioè dalla crusca).

A tale proposito va fatta una precisazione e cioè che i fitofarmaci possono essere di superficie, detti anche da contatto, (cioè che sono irrorati a secco o in soluzione acquosa sulla superficie esterna delle piante e agiscono solo su tale parte senza essere assorbiti dai vegetali) oppure possono essere sistemici cioè, pur venendo irrorati superficialmente, si diffondo in tutti i tessuti esterni ed interni della pianta.

Appare evidente che entrambi i tipi di fitofarmaci costituiscono un potenziale rischio per i consumatori, però va detto che per entrambe le categorie, dopo l’ultimo trattamento fitoiatrico e la raccolta (mietitura del grano) bisogna rispettare il cosiddetto “tempo di carenza” che varia da prodotto a prodotto fitosanitario. Rispettando questo tempo di carenza la materia prima (cioè il grano) e quindi i suoi prodotti finiti (pane, biscotti, grissini, pasta secca, ecc.) non dovrebbero contenere residui di fitofarmaci oppure la loro concentrazione risulterà essere secondo i limiti imposti dalle norme vigenti.

Ad ogni modo chi volesse maggiori certezze può sempre consumare prodotti integrali biologici.

Qualità del grano

Definire la qualità del grano è qualcosa di veramente complesso in quanto non esiste una qualità assoluta bensì esistono differenti tipi di qualità ognuna delle quali è riferita all’utilizzo che si deve fare del grano tenero o duro e dei loro derivati nell’ambito della filiera produttiva.

I principali tipi di qualità del grano sono i seguenti:

    1. qualità Merceologica: riconducibile al grado di umidità delle cariossidi e all’eventuale presenza di impurità (presenza di semi estranei, di terriccio, di residui di paglia, ecc.), alla durezza del seme (molto importante per il grano tenero in quanto utile per la sua macinazione), al tasso di ceneri (importante per il grano duro), alla quantità di seme bianco nato (assenza totale o parziale di vitrosità nelle cariossidi di grano duro), ecc. Questo tipo di qualità è anche definita “molitoria” in quanto utile per la valutazione della resa della semola (per quanto concerne il grano duro) e della farina per il grano tenero;
    2. qualità Tecnologica: definisce l’attitudine del semolato o della farina ad essere lavorati. Questo tipo di qualità dipende dalla composizione della granella (es. dal contenuto di glutine e dal tipo) e dalla sua struttura. In Italia, per il grano tenero, esistono 5 classi di ISQ (Indice Sistemico di Qualità) che variano a seconda di vari parametri (test alveo grafico di Chopin, farinografo di Brabender, ecc.), ma soprattutto per quanto concerne la % di proteine presenti. A seconda dei valori di questi parametri si avrà un grano di forza, un grano panificabile superiore, un grano panificabile, un grano biscottiero e un grano per altri usi. Invece per il grano duro è molto importante il quantitativo e il tipo di glutine presente in quanto in grado di determinarne la lavorabilità e le caratteristiche ricercate dai consumatori;
    3. qualità Nutrizionale: definita in base al valore nutritivo cioè all’apporto di sostanze utili all’organismo umano (fibra, ecc.);
    4. qualità alla Cottura: questo tipo di qualità è riferita alle peculiarità ricercate dal consumatore finale quali, per la pasta secca, la non presenza di collosità, la resistenza alla cottura (la cosiddetta tenuta al “dente”), la capacità di legarsi al sugo e la capacità di trattenere l’amido durante la cottura. Quest’ultimo fattore lo si può notare osservando l’acqua di cottura che deve rimanere limpida;
    5. qualità Igienico-Sanitaria: questa qualità del grano è determinata dall’assenza o eventuale presenza di residui di fitofarmaci, di micotossine pericolose per la salute umana e di metalli pesanti (cadmio, piombo e cromo). Quest’ultimo tipo di qualità è quella che sta facendo discutere da mesi sulla “pericolosità” del grano importato e spesso con affermazioni caratterizzate da una forte connotazione gaia e leggiadra cioè poco veritiera per non dire denigratorie.

Grano salutare oppure “nemico da fuggire”?

Come sopra detto l’Italia non riesce ad essere autonoma nella produzione di grano (soprattutto di quello duro) costringendo molti produttori di prodotti da forno e di pasta secca a importare questa materia prima da altri Paesi (principalmente dal Canada). Ciò non costituisce sicuramente un problema se non fosse per il fatto che alcuni sostengono che questo grano sia di scarsa qualità se non addirittura pericoloso per la salute umana.

Cerchiamo di andare per gradi… ricordando che a breve sarà attuativa (febbraio 2018) la norma, tutta italiana, che impone per il grano/pasta secca e per il riso (in via sperimentale per due anni), l’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta cioè del Paese di coltivazione del grano o riso e il Paese dove si è effettuata la molitura nel caso del grano.

Questa scelta coraggiosa dell’Italia (unico Paese dell’UE a volere questo tipo di trasparenza) è sicuramente da apprezzare perché difende il sacrosanto diritto dei consumatori di conoscere l’origine e la tracciabilità di ciò che acquistano e assumono come alimenti.

Però tale trasparenza non è per forza sinonimo di qualità cioè il fatto che su una confezione di pasta secca ci sia scritto “Made in Italy” non vuol dire che sia qualitativamente superiore a quella nella quale non vi è tale indicazione. Infatti, in Italia, come all’estero, esistono coltivatori seri che coltivano e mettono sul mercato grano tenero e duro di eccelsa qualità, ma vi sono anche quelli che producono una materia prima di scarsa qualità. Quindi il problema sulla qualità del grano non è dato dal Paese d’origine di questo cereale bensì dalle industrie agro-alimentari italiane che lo acquistano: ci sono quelle che acquistano solo grano di ottima qualità italiano ed estero dal quale producono degli eccellenti prodotti da forno e pasta secca e altre industrie agro-alimentari che fanno l’opposto oppure che creano differenti prodotti finali: pasta e prodotti da forno di qualità (adoperando dell’ottimo grano italiano e/o d’importazione) e pasta e prodotti da forno di scarsa qualità (avvalendosi di grano di modeste peculiarità).

Non di rado mi è capitato di acquistare della pasta secca che riportava volontariamente in etichetta l’origine del grano e la dicitura “made in Italy” eppure tendeva a rompersi, diventava collosa, non teneva la cottura e soprattutto rilasciava amido, infatti, l’acqua di cottura diventava torbida.

Insomma ciò che conta non è tanto l’origine della materia prima (cioè del grano) quanto la qualità di questo cereale.

Ovviamente tra un ottimo grano italiano e uno estero bisognerebbe preferire quello locale perché cosi facendo si premierebbe chi decide di puntare sulla qualità determinando nel tempo un ciclo virtuoso dato dall'incremento di questo tipo di produzione e da una maggiore occupazione nei campi.

Dalle informazioni che sono circolate nei mesi passati si intuisce la volontà di alcuni di denigrare il grano di importazione sperando che in Italia si consumino più prodotti “Made in Italy” cercando quindi di venire incontro alle difficoltà di non pochi agricoltori locali. Così facendo non si da un reale aiuto ai coltivatori e soprattutto, questo tipo di informazione non sempre corretta, crea diffidenza nei consumatori molti dei quali arrivano a pensare che tutto ciò che è di importazione sia di pessima qualità. A tal proposito è corretto ricordare che ultimamente si sta verificando un fenomeno commerciale del tutto anomalo che vede da parte di alcune grosse aziende agro-alimentari una differenziazione dei propri prodotti finiti: quelli qualitativamente superiori vengono commercializzati nel proprio Paese di produzione mentre per i Paesi esteri (soprattutto quelli dell’Est) vengono destinati gli stessi prodotti, ma qualitativamente inferiori. Il primo ministro della Bulgaria ha detto che i Paesi dell’Est Europa vivono una sorta di “apartheid alimentare” attuato dalle multinazionali alimentari e il ministro della Repubblica Ceca ha detto che i suoi connazionali sono stanchi di essere “la pattumiera dell’Europa”.

Insomma l’Est europeo, dal punto di vista degli alimenti che vi giungono, viene considerato di “serie B” in quanto spesso arrivano prodotti alimentari scadenti…

Tale analisi smentisce alcune affermazioni secondo le quali in Italia si consumano alimenti di scarsa qualità (es. prodotti da forno e pasta secca) mentre il top della qualità viene commercializzato all’estero. Forse questa è la politica commerciale di qualche isolata azienda, ma sicuramente la maggior parte delle imprese del settore commercializza in Italia il fior fiore delle loro produzioni perché sanno, quanto è esigente ed esperto il consumatore locale.

Ovviamente questo tipo di ragionamento non è gradito ai sostenitori del fatto che il grano estero sia di scarsa qualità quindi alcuni, per rincarare la dose, hanno costruito delle campagne denigratorie sul grano d’importazione basate sulle qualità igienico-sanitarie cioè creando dell’inutile e sterile allarmismo nei consumatori. E’ stato detto che il grano estero (soprattutto quello proveniente dal Canada) poteva essere un pericolo per la salute umana a seguito della presenza di residui di fitofarmaci e di pericolose micotossine.

Vediamo di addentrarci in queste problematiche.

Residui di fitofarmaci nel grano

Come precedentemente detto nelle coltivazioni convenzionali (cioè non biologiche) si possono usare specifici formulati rispettando le dosi e i tempi di carenza quindi, ottemperando a queste due indicazioni, non si devono avere residui di fitofarmaci oltre le soglie imposte dalla normativa vigente.

Di conseguenza se si dovessero riscontrare nel grano e/o nei prodotti derivati dei valori di fitofarmaci oltre i limiti di legge, ciò vorrà significare che il coltivatore non ha rispettato quando indicato dal produttore dei pesticidi usati (concentrazioni, modalità di spargimento, periodo dell’anno, ecc.) e/o i tempi di carenza imposti dalle norme. Anche in questo caso esistono agricoltori ligi alle regole in Italia come all’estero ed esistono agricoltori poco propensi a rispettare tali procedure nel nostro Paese e all’estero. Pertanto la differenza è data dall’onestà e dalla professionalità dei produttori e non dal Paese d’origine del grano.

Se questo discorso può sembrare semplicistico per avvalorare questa tesi basta osservare i dati relativi le analisi dei costanti controlli effettuati sul territorio (NAS, Dogana, Ispettorato repressione frodi, ecc.) e i RASFF (Sistema di Allerta Rapido dell’UE). I dati forniti dal rapporto del Ministero della Salute (giugno 2017) relativi all’anno 2015 (controlli ufficiali sui fitofarmaci negli alimenti) sono alquanto chiari e tranquillizzanti, infatti, su 1059 campioni analizzati (936 di origine italiana e 123 di importazione), di cui quasi la metà costituiti da grano, hanno evidenziato che solo 4 campioni (3 italiani e 1 estero) avevano dei valori di residui di fitofarmaci superiori ai limiti di legge.

In altre parole il grano usato dalle industrie agro-alimentari italiane per produrre pasta secca e prodotti da forno è praticamente sicuro questo perché il grano locale, come quello estero, deve sempre rispettare gli stessi limiti imposti dalle norme dell’Unione Europea.

 

Micotossine nel grano

Tra le malattie del grano (ruggini, mal del piede, septoriosi, ecc.) sicuramente la più pericolosa per la salute dei consumatori è la cosiddetta “Fusariosi della spiga” causata da differenti specie fungine appartenenti al genere Fusarium. Questo fungo si forma durante la fase di spigatura del grano se si hanno contemporaneamente alte temperature e forte umidità (dovuta soprattutto a piogge) e una volta presente nelle spighe determina lo sviluppo di micotossine. Tra queste le più frequenti sono il DON (Deossinivalenovo), detta anche “vomitotossina” e il ZEN (Zearalenone). Quindi la formazione di micotossine nel grano è dovuta principalmente agli avversi eventi climatici e per questo dipende dalle annate.

Secondo la normativa europea (Regolamento UE 1881/2006 e successive modifiche) il DON (inserito nella “classe 3”, cioè tra le “sostanze cancerogene per l’uomo”, nella classificazione fatta dallo IARC: Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) nel grano duro non trasformato non deve superare i 1750 ppb (parti per miliardo) e 750 ppb/kg nei cereali destinati al consumo umano diretto. Entrambi questi valori di riferimento sono dei limiti cautelativi che per il grano, sia coltivato in Italia o in un altro Paese (es. Canada), non devono essere superati di conseguenza, non è assolutamente vero che il grano canadese supera i confini nostrani con valori di micotossine pericolosi per i consumatori.

Sia il grano locale che quello di importazione, nelle differenti e molteplici determinazioni analitiche effettuate dagli organi di controllo, hanno dimostrato che la presenza di micotossine è pressoché rara e quando presente è nettamente al di sotto dei limiti imposti quindi l’allarmismo sulle micotossine nel grano è ingiustificato. Tale affermazione è avvalorata dai risultati, pubblicati a settembre 2017, nel primo “Piano nazionale per il controllo delle micotossine” del Ministero della Salute. Da tale documento emerge che, nell’anno 2016, su 2794 campioni su alimenti solo 56 (cioè il 2%) sono non conformi ai limiti di micotossine (aflatossine, DON, ZEN e ocratossina) imposti dal Regolamento (CE) 1881/2006. Questo 2% è costituito soprattutto da formaggi e dai semi oleosi/frutta a guscio. Quindi emerge che attualmente in Italia il vero problema micotossine non riguarda i cereali (sia nostrani che esteri) quanto il latte adoperato per produrre alcuni formaggi e la frutta secca.

In merito ai valori di DON negli alimenti va precisato che si dovrebbe porre maggiore attenzione al consumo di pasta secca nei bambini da 0 a 3 anni infatti la comune pasta che troviamo negli scaffali della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) è destinata agli adulti, ma molti di questi non di rado somministrano, spesso per comodità, questa pasta ai loro piccoli non sapendo che per il “baby food” il limite di legge per il DON è di 200 ppb/kg e siccome alcune paste secche in commercio superano tali valori (come dimostrato dai test effettuati nel 2016 dal laboratorio Maurizi su commessa di ilSalvagente) è consigliato dare ai bambini piccoli esclusivamente pasta secca specificatamente dedicata a loro. In questo modo si evita anche l’eventuale effetto sommatoria dato dal consumo anche di altri prodotti che potrebbero contenere il DON (pane, grissini, biscotti, ecc.).

Tra le cause dell’insorgenza nel grano della fusariosi della spiga non vi sono solo gli eventi climatici, ma anche altri fattori quali:

  • la suscettibilità varietale, quindi nelle località a rischio sarebbe opportuno coltivare varietà resistenti al Fusarium;
  • le rotazioni colturali, infatti è sempre opportuno non coltivare sullo stesso terreno agricolo grano e successivamente nuovamente grano o altro cereale (es. mais) perché in questo modo il fusarium riesce a svernare nel terreno e in primavera si presenta con maggiore frequenza, vigore e quantità. Pertanto è consigliato avvicendare il grano con colture orticole (pomodori, ecc.) o con leguminose (fave, piselli, favino, ecc.) che arricchiscono il terreno di azoto e riducono lo svernamento nel terreno del fusarium;
  • lo stoccaggio in ambienti (silos, navi cisterna, ecc.) con una umidità superiore al 14%.

Agendo appropriatamente su questi fattori e incrementando l’uso della tecnologia (attraverso l’uso di sensori sulle macchine agricole, in campo e utilizzando software previsionali del rischio fusariosi-tossine) è possibile ridurre drasticamente la presenza di micotossine nel grano.

In conclusione, per ridurre il rischio micotossine, bisognerebbe formare e sensibilizzare maggiormente gli agricoltori su queste problematiche e sulle possibili soluzioni invece che creare fobie verso il grano di importazione.

Conclusioni

Dall’analisi dei dati ufficiali emerge che i cereali, e soprattutto il grano (duro e tenero) sia nostrano che estero, non sono una materia prima a rischio igienico-sanitario per quanto concerne i residui di fitofarmaci e le micotossine.

Ricordiamo che il “Piano nazionale per il controllo delle micotossine” del 2016, redatto dal Ministero della Salute, non ha rilevato nessuna irregolarità nel grano estero importato.

Ovviamente i parametri fitofarmaci e micotossine vanno costantemente monitorati al fine di evidenziare tempestivamente eventuali discostamenti dall’attuale situazione.

A ben vedere i dati inerenti il pericolo micotossine, forniti recentemente dal ministero della Salute, il reale problema risiede nei prodotti lattiero-caseari quindi dal latte dai quali derivano. Quindi invece di focalizzare l’attenzione sul grano d’importazione destinato al consumo umano (sotto forma di prodotti da forno e/o pasta secca) sarebbe più opportuno ed utile indagare e accendere i riflettori sui mangimi (foraggio, granella, ecc.) che vengono somministrati agli animali da reddito, soprattutto ai bovini dal quale si ottiene il latte (ricco delle pericolose micotossine) utilizzato per la produzione dei formaggi.

Bisognerebbe anche porre maggiore attenzione sui semi oleosi e sulla frutta secca in guscio spesso contaminata da micotossine.

Insomma il “grano intruso” proveniente dall’estero, soprattutto dal Canada, in questo momento non è a rischio qualità e non è neanche corretto affermare che i produttori di pasta secca e di prodotti da forno lo acquistino perché costa di meno rispetto a quello italiano, infatti, spesso questo grano viene pagato di più (circa dal 10 al 15%) rispetto a quello locale proprio perché lo si scegli di qualità.

Questa recente e costante “guerra allarmistica” sul grano, o per meglio dire sulla “metamorfosi del grano estero”, alcune volte basata su un’informazione orfana di vera informazione, sta creando tra i consumatori una sorta di “grano fobia” a prescindere dall’origine di questo cereale.

Il grano non è un nemico, anzi grazie a questo cereale riusciamo a produrre degli alimenti gustosi e sani che hanno contribuito a costruire il tanto invidiato Made in Italy quindi cerchiamo di salvare la nomea del buon grano qualunque sia la sua provenienza.

In conclusione si può affermare che sarebbe ora di spegnere questa grottesca farsa sulla qualità del grano e dei suoi derivati!


© Produzione riservata
Dr. Luciano O. Atzori
Biologo - Esperto in Sicurezza degli Alimenti e in Tutela della Salute
Consulente aziendale e Divulgatore Scientifico

Co-founder dello Studio ABR  -  www.alimentiesicurezza.it

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